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Da Agrigento, in India e in Chiapas. A bere sono solo le multinazionali - Anteprima Liberazione di venerdì 30 luglio
29/07/2010 20:46 | AMBIENTE - INTERNAZIONALE
di Checchino Antonini (Liberazione del 30 luglio 2010)
L’accesso all’acqua è un diritto umano, ha detto finalmente il Palazzo di Vetro dopo 15 anni di discussione. Non è vincolante dal punto di vista normativo ma la storica dichiarazione rafforza le mobilitazioni sociali che in ogni angolo del pianeta contrastano la privatizzazione dell’acqua. Dopo che 1.400.000 di donne e uomini hanno sottoscritto le proposte referendarie, il comitato promotore rilancia al governo l’idea di una moratoria che blocchi tutti i processi di privatizzazione. Ma, a succhiare l’oro blu, sono anche i circuiti del turismo di massa - che assetano i territori dove impiantano alberghi o piste da golf - e le multinazionali delle bibite.
Da vicino a lontanissimo ecco alcune storie emblematiche.
Agrigento è la città italiana dove l’acqua costa di più, 440 euro l’anno contro i 103 di Milano. Ma arriva nella case sporca e con turni settimanali. E, a pochi chilometri, le vene del sottosuolo sono gonfie di gustosa, dissetante, gradevole, con un equilibrato contenuto di sali minerali. Parola di Nestlè a cui la Regione ha permesso di raggiungere nell’arco di un quinquennio la produzione di 250 milioni di litri: dagli attuali 16.500 pezzi l’ora agli oltre 46 mila pezzi previsti e pianificati per accaparrarsi la metà della sete isolana. A Santo Stefano Quisquinna, 40 chilometri dal capoluogo, che custodisce il tesoro, si teme che la multinazionale scavi troppo e troppo in giù e prosciughi presto le vene sorgive. Ricapitolando: l’acqua c’è ma è tutta di Nestlè.
Così pure in India. Dove se la bevono Pepsi e Coca. Scrive Vandana Shiva, attivista vicina ai social forum, che in India ogni impianto beve tra uno e due milioni di litri d’acqua al giorno. E ce ne sono 90, con un prelievo idrico quotidiano tra i 90 e i 180 milioni di litri. Per produrre un solo litro di cola vengono inquinati circa dieci litri di acqua potabile. Nei reflui di questi impianti il Pollution control board del Kerala ha rilevato alte concentrazioni di cadmio e piombo. Le esposizioni al cadmio protratte nel tempo possono causare disfunzioni renali, danni alle ossa, al fegato e al sangue. Il piombo invece danneggia il sistema nervoso centrale, i reni, il sangue e il sistema cardiovascolare. Le donne di un piccolo borgo del Kerala sono riuscite a far chiudere un impianto della Coca Cola. Nel distretto di Palakkad, la Hindustan Coca-Cola Beverages Limited ha sfruttato tutti i pozzi idrici esistenti, contaminandoli e compromettendo così l’esistenza di più di 750 famiglie di contadini. Gli adivasi per centinaia di giorni si sono ribellati alla devastazione nella regione del Kerala. La lotta, appoggiata anche dai contadini dalit, i fuoricasta, ha a che vedere non tanto con il gusto dolciastro o il colore della bevanda, quanto con il disastro ambientale creato dalla fabbrica della compagnia nel villaggio di Plachimada e dintorni. Aperto nel 1998, lo stabilimento portò un centinaio di posti di lavoro e altri duecento saltuari, ma ha prelevato dai corsi d’acqua e dai bacini idrici circostanti tra i seicentomila ed il milione e mezzo di litri d’acqua al giorno. La loro acqua assume il colore del latte cagliato e il suo odore diventa stomachevole, al punto da costringere un migliaio di abitanti a comprare l’acqua imbottigliata dalla stessa Coca-Cola a cinque rupie la bottiglia. 260 pozzi messi a disposizione dalla pubblica autorità come sorgenti di acqua potabile per la popolazione si erano esauriti, la Coca Cola li ha utilizzati come deposito per le sue acque di scarto di lavorazione. Nel 2003, l’ufficiale medico distrettuale ha informato la popolazione di Plachimada del fatto che la loro acqua non era più potabile. Lo stabilimento restituiva infatti parte dell’acqua depredata durante il processo di risciacquo dei contenitori, contaminando fonti, terreno e falde.
I contadini e gli abitanti dei villaggi denunciarono il fatto che non riuscivano più a mettere da parte l’acqua necessaria perché continuavano a spuntare nuovi pozzi, con gravi impatti sul raccolto agricolo. Quando le accuse furono confermate dal fatto che l’azienda non era in grado di fornire un rapporto dettagliato richiesto dalle autorità locali, fu mandata un’ingiunzione a comparire in tribunale e la licenza fu revocata. A quel punto la Coca Cola provò, senza riuscirci, a corrompere il presidente del Panchayat offrendogli 300 milioni di rupie. Dopo aver privatizzato l’acqua della riserva ecologica del Cerro Huitepec, dal 2000 ancora Coca cola distribuisce acqua contenente due volte la quantità di piombo permessa dalle autorità sanitarie messicane. Dal marzo del 2007 la Giunta di Buon Governo della zona Altos, di Oventik, ha istallato un riserva ecologica comunitaria di 102 ettari, per difendere una parte della montagna dal tentativo del governo e di privati di sfruttare a fini di lucro le ricchezze naturali. Cocacola nel 2004 ha utilizzato 107 milioni di litri d’acqua, pari al consumo di 203.666 abitazioni.
di Checchino Antonini (Liberazione del 30 luglio 2010)
L’accesso all’acqua è un diritto umano, ha detto finalmente il Palazzo di Vetro dopo 15 anni di discussione. Non è vincolante dal punto di vista normativo ma la storica dichiarazione rafforza le mobilitazioni sociali che in ogni angolo del pianeta contrastano la privatizzazione dell’acqua. Dopo che 1.400.000 di donne e uomini hanno sottoscritto le proposte referendarie, il comitato promotore rilancia al governo l’idea di una moratoria che blocchi tutti i processi di privatizzazione. Ma, a succhiare l’oro blu, sono anche i circuiti del turismo di massa - che assetano i territori dove impiantano alberghi o piste da golf - e le multinazionali delle bibite.
Da vicino a lontanissimo ecco alcune storie emblematiche.
Agrigento è la città italiana dove l’acqua costa di più, 440 euro l’anno contro i 103 di Milano. Ma arriva nella case sporca e con turni settimanali. E, a pochi chilometri, le vene del sottosuolo sono gonfie di gustosa, dissetante, gradevole, con un equilibrato contenuto di sali minerali. Parola di Nestlè a cui la Regione ha permesso di raggiungere nell’arco di un quinquennio la produzione di 250 milioni di litri: dagli attuali 16.500 pezzi l’ora agli oltre 46 mila pezzi previsti e pianificati per accaparrarsi la metà della sete isolana. A Santo Stefano Quisquinna, 40 chilometri dal capoluogo, che custodisce il tesoro, si teme che la multinazionale scavi troppo e troppo in giù e prosciughi presto le vene sorgive. Ricapitolando: l’acqua c’è ma è tutta di Nestlè.
Così pure in India. Dove se la bevono Pepsi e Coca. Scrive Vandana Shiva, attivista vicina ai social forum, che in India ogni impianto beve tra uno e due milioni di litri d’acqua al giorno. E ce ne sono 90, con un prelievo idrico quotidiano tra i 90 e i 180 milioni di litri. Per produrre un solo litro di cola vengono inquinati circa dieci litri di acqua potabile. Nei reflui di questi impianti il Pollution control board del Kerala ha rilevato alte concentrazioni di cadmio e piombo. Le esposizioni al cadmio protratte nel tempo possono causare disfunzioni renali, danni alle ossa, al fegato e al sangue. Il piombo invece danneggia il sistema nervoso centrale, i reni, il sangue e il sistema cardiovascolare. Le donne di un piccolo borgo del Kerala sono riuscite a far chiudere un impianto della Coca Cola. Nel distretto di Palakkad, la Hindustan Coca-Cola Beverages Limited ha sfruttato tutti i pozzi idrici esistenti, contaminandoli e compromettendo così l’esistenza di più di 750 famiglie di contadini. Gli adivasi per centinaia di giorni si sono ribellati alla devastazione nella regione del Kerala. La lotta, appoggiata anche dai contadini dalit, i fuoricasta, ha a che vedere non tanto con il gusto dolciastro o il colore della bevanda, quanto con il disastro ambientale creato dalla fabbrica della compagnia nel villaggio di Plachimada e dintorni. Aperto nel 1998, lo stabilimento portò un centinaio di posti di lavoro e altri duecento saltuari, ma ha prelevato dai corsi d’acqua e dai bacini idrici circostanti tra i seicentomila ed il milione e mezzo di litri d’acqua al giorno. La loro acqua assume il colore del latte cagliato e il suo odore diventa stomachevole, al punto da costringere un migliaio di abitanti a comprare l’acqua imbottigliata dalla stessa Coca-Cola a cinque rupie la bottiglia. 260 pozzi messi a disposizione dalla pubblica autorità come sorgenti di acqua potabile per la popolazione si erano esauriti, la Coca Cola li ha utilizzati come deposito per le sue acque di scarto di lavorazione. Nel 2003, l’ufficiale medico distrettuale ha informato la popolazione di Plachimada del fatto che la loro acqua non era più potabile. Lo stabilimento restituiva infatti parte dell’acqua depredata durante il processo di risciacquo dei contenitori, contaminando fonti, terreno e falde.
I contadini e gli abitanti dei villaggi denunciarono il fatto che non riuscivano più a mettere da parte l’acqua necessaria perché continuavano a spuntare nuovi pozzi, con gravi impatti sul raccolto agricolo. Quando le accuse furono confermate dal fatto che l’azienda non era in grado di fornire un rapporto dettagliato richiesto dalle autorità locali, fu mandata un’ingiunzione a comparire in tribunale e la licenza fu revocata. A quel punto la Coca Cola provò, senza riuscirci, a corrompere il presidente del Panchayat offrendogli 300 milioni di rupie. Dopo aver privatizzato l’acqua della riserva ecologica del Cerro Huitepec, dal 2000 ancora Coca cola distribuisce acqua contenente due volte la quantità di piombo permessa dalle autorità sanitarie messicane. Dal marzo del 2007 la Giunta di Buon Governo della zona Altos, di Oventik, ha istallato un riserva ecologica comunitaria di 102 ettari, per difendere una parte della montagna dal tentativo del governo e di privati di sfruttare a fini di lucro le ricchezze naturali. Cocacola nel 2004 ha utilizzato 107 milioni di litri d’acqua, pari al consumo di 203.666 abitazioni.
Categorie: contro la crisi
Riforma dell'Università, primo sì del Senato alla tagliola della Gelmini
29/07/2010 20:37 | CONOSCENZA - ITALIA
L'aula del Senato ha approvato con 152 sì, 94 no e 1 astenuto il ddl Gelmini di riforma dell'università che ora passa alla Camera. Hanno votato a favore, insieme alla maggioranza, Pdl e Lega Nord, anche l'Api di Francesco Rutelli e l'Svp.
Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, accoglie con "grande soddisfazione" l`approvazione del ddl sull`università in Senato. "Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all`Italia di tornare a sperare", commenta in una nota.
"L`università - sottolinea Gelmini - sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il ddl segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita. L`approvazione di questo provvedimento costituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano, finalmente si potrà competere con le grandi realtà internazionali".
Il ministro considera "importante che una parte dell`opposizione, come Rutelli e l`Api, abbia votato a favore del provvedimento"; "Questa è la dimostrazione che, sui grandi temi del riformismo, maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per modernizzare il Paese".
Lega soddisfatta per le novità recepite su richiesta del Carroccio dalla riforma dell'Università approvata oggi dal Senato.. ''Si avvia l'introduzione del costo standard per studente, operazione ispirata al Federalismo fiscale per assegnare le risorse in maniera più corretta. Per la prima volta ci sono fondi concreti per coprire parte del sottofinanziamento delle Università del Nord. Una fetta ogni anno più consistente delle risorse per gli Atenei, sarà assegnata in base a merito e qualità. Inoltre sarà rideterminato il numero dei posti disponibili nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, che vede penalizzate alcune regione padane. Come Lega Nord non possiamo che esprimere soddisfazione'', spiega il capogruppo della Lega in commissione Istruzione del SenatoMario Pittoni, dopo l'approvazione a Palazzo Madama della Riforma universitaria.
"Ci sono due riforme dell'università: quella Gelmini e quella Tremonti. La riforma Gelmini è un compendio di buone intenzioni prive, però, di concreta utilità. La vera riforma è quella fatta da Tremonti che, in questi due anni di Governo, ha tagliato 1,5 miliardi di euro al sistema e ha bloccato le assunzioni di docenti e ricercatori. Il testo Gelmini è solo l'apprezzabile tentativo di incidere sul sistema dell'alta formazione attraverso una serie di "vorrei ma non posso" per l'assenza di risorse e per la impossibilità di abbattere le forti resistenze interne al mondo sindacale e baronale dell'università.". E' quanto afferma il presidente dei senatori dell'Udc, Gianpiero D'Alia, confermando il voto contrario del suo gruppo in Senato alla riforma dell'Università del Governo.
"Ci sono troppe università e poche risorse. A fronte di questa oggettiva condizione salta la possibilità di una efficace valutazione degli atenei, con due rischi ulteriori: o di concedere tutto a tutti o di favorire le università forti a scapito di quelle deboli. E' il caso di sottolineare, poi, che gli effetti della riforma dipendono da un elemento esterno e cioè il nuovo sistema di valutazione nazionale degli atenei che non si sa come e quando entrerà in vigore".
"Per queste ragioni - conclude D'Alia - l'Unione di Centro vota contro una riforma che somiglia sempre più all'ennesimo spot governativo. Uno spot che, in maniera gattopardesca, finge di cambiare tutto senza che nulla cambi".
"Non vedo motivi sostanziali per cui ci si dovrebbe contrapporre a questa riforma, perchè, pur con i suoi limiti, è una riforma che migliora l'università italiana". Lo ha detto il leader dell'Api Francesco Rutelli prendendo la parola nell'aula del Senato, che sta esaminando il Ddl Gelmini, e spiegando che "voteremo convintamente a favore di questa riforma". "Il ministro ha chiarito che l'inaccettabile taglio lineare all'università non ci sarà più entro la fine dell'anno, se quei tagli permanessero, infatti - ha spiegato Rutelli - non ci potrebbe essere nessun patto nazionale. Proprio l'approvazione della riforma impone di imboccare la strada opposta rispetto ai tagli lineari". Infine Rutelli ha osservato che "se le riforme si fanno da una maggioranza contro l'altra non sono vere riforme" ribadendo di voler "accogliere la sollecitazione del ministro a un patto nazionale per l'università" che comporta "scelte" per il governo e "responsabilità per l'opposizione".
"Questa non è una riforma ma una procedura di implosione. Mancano le risorse e Tremonti una parte dei fondi che dovrebbero andare all'università pubblica li destina all'Istituto italiano di tecnologia, una struttura che è l'università privata del ministero del Tesoro". Con queste parole il senatore dell'Italia dei Valori Francesco Pardi ha annunciato il voto negativo dell'Idv al ddl Gelmini di riforma dell'università.
Secondo Pardi la riforma "blocca il ricambio generazionale" ed è ispirata a una "filosofia aziendalistica che si manifesta anche dentro il processo di rovesciamento gerarchico tra senato accademico, che certo non è la settima meraviglia del mondo, e Consiglio di amministrazione". "In questa riforma - ha concluso Pardi - non ci sono nè risorse nè autonomia".
Fonte: www.unita.it
L'aula del Senato ha approvato con 152 sì, 94 no e 1 astenuto il ddl Gelmini di riforma dell'università che ora passa alla Camera. Hanno votato a favore, insieme alla maggioranza, Pdl e Lega Nord, anche l'Api di Francesco Rutelli e l'Svp.
Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, accoglie con "grande soddisfazione" l`approvazione del ddl sull`università in Senato. "Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all`Italia di tornare a sperare", commenta in una nota.
"L`università - sottolinea Gelmini - sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il ddl segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita. L`approvazione di questo provvedimento costituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano, finalmente si potrà competere con le grandi realtà internazionali".
Il ministro considera "importante che una parte dell`opposizione, come Rutelli e l`Api, abbia votato a favore del provvedimento"; "Questa è la dimostrazione che, sui grandi temi del riformismo, maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per modernizzare il Paese".
Lega soddisfatta per le novità recepite su richiesta del Carroccio dalla riforma dell'Università approvata oggi dal Senato.. ''Si avvia l'introduzione del costo standard per studente, operazione ispirata al Federalismo fiscale per assegnare le risorse in maniera più corretta. Per la prima volta ci sono fondi concreti per coprire parte del sottofinanziamento delle Università del Nord. Una fetta ogni anno più consistente delle risorse per gli Atenei, sarà assegnata in base a merito e qualità. Inoltre sarà rideterminato il numero dei posti disponibili nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, che vede penalizzate alcune regione padane. Come Lega Nord non possiamo che esprimere soddisfazione'', spiega il capogruppo della Lega in commissione Istruzione del SenatoMario Pittoni, dopo l'approvazione a Palazzo Madama della Riforma universitaria.
"Ci sono due riforme dell'università: quella Gelmini e quella Tremonti. La riforma Gelmini è un compendio di buone intenzioni prive, però, di concreta utilità. La vera riforma è quella fatta da Tremonti che, in questi due anni di Governo, ha tagliato 1,5 miliardi di euro al sistema e ha bloccato le assunzioni di docenti e ricercatori. Il testo Gelmini è solo l'apprezzabile tentativo di incidere sul sistema dell'alta formazione attraverso una serie di "vorrei ma non posso" per l'assenza di risorse e per la impossibilità di abbattere le forti resistenze interne al mondo sindacale e baronale dell'università.". E' quanto afferma il presidente dei senatori dell'Udc, Gianpiero D'Alia, confermando il voto contrario del suo gruppo in Senato alla riforma dell'Università del Governo.
"Ci sono troppe università e poche risorse. A fronte di questa oggettiva condizione salta la possibilità di una efficace valutazione degli atenei, con due rischi ulteriori: o di concedere tutto a tutti o di favorire le università forti a scapito di quelle deboli. E' il caso di sottolineare, poi, che gli effetti della riforma dipendono da un elemento esterno e cioè il nuovo sistema di valutazione nazionale degli atenei che non si sa come e quando entrerà in vigore".
"Per queste ragioni - conclude D'Alia - l'Unione di Centro vota contro una riforma che somiglia sempre più all'ennesimo spot governativo. Uno spot che, in maniera gattopardesca, finge di cambiare tutto senza che nulla cambi".
"Non vedo motivi sostanziali per cui ci si dovrebbe contrapporre a questa riforma, perchè, pur con i suoi limiti, è una riforma che migliora l'università italiana". Lo ha detto il leader dell'Api Francesco Rutelli prendendo la parola nell'aula del Senato, che sta esaminando il Ddl Gelmini, e spiegando che "voteremo convintamente a favore di questa riforma". "Il ministro ha chiarito che l'inaccettabile taglio lineare all'università non ci sarà più entro la fine dell'anno, se quei tagli permanessero, infatti - ha spiegato Rutelli - non ci potrebbe essere nessun patto nazionale. Proprio l'approvazione della riforma impone di imboccare la strada opposta rispetto ai tagli lineari". Infine Rutelli ha osservato che "se le riforme si fanno da una maggioranza contro l'altra non sono vere riforme" ribadendo di voler "accogliere la sollecitazione del ministro a un patto nazionale per l'università" che comporta "scelte" per il governo e "responsabilità per l'opposizione".
"Questa non è una riforma ma una procedura di implosione. Mancano le risorse e Tremonti una parte dei fondi che dovrebbero andare all'università pubblica li destina all'Istituto italiano di tecnologia, una struttura che è l'università privata del ministero del Tesoro". Con queste parole il senatore dell'Italia dei Valori Francesco Pardi ha annunciato il voto negativo dell'Idv al ddl Gelmini di riforma dell'università.
Secondo Pardi la riforma "blocca il ricambio generazionale" ed è ispirata a una "filosofia aziendalistica che si manifesta anche dentro il processo di rovesciamento gerarchico tra senato accademico, che certo non è la settima meraviglia del mondo, e Consiglio di amministrazione". "In questa riforma - ha concluso Pardi - non ci sono nè risorse nè autonomia".
Fonte: www.unita.it
Categorie: contro la crisi
Tirrenia svenduta in stile Alitalia
29/07/2010 20:32 | ECONOMIA - ITALIA
di Francesco Piccioni (ilManifesto del 29 luglio 2010)
Altra privatizzazione «alla Berlusconi» di un pezzo rilevante dei sistema di trasporto nazionale. Dopo l'Alitalia, gentilmente regalata a Colaninno & Co. (in attesa di finire per intero ad Air France), ora tocca a Tirrenia e Siremar, le compagnie che collegano le isole tra loro e alla terraferma.
Una «cordata» inedita e abborracciata - Mediterranea Holding, unica concorrente rimasta in lizza - se l'è aggiudicata offrendo l'«incredibile» cifra di 25 milioni (un rialzo dalla precedente offerta: solo 10 milioni), di cui soltanto uno da pagare subito; gli altri in comode rate decennali. In compenso, però, i «nuovi proprietari» hanno chiesto garanzie sulla continuità delle sovvenzioni statali alle due compagnie (72,6 milioni l'anno per Tirrenia, 55,7 per Siremar), altrimenti l'offerta verrà ritirata. Del resto è risaputo che gestire questo servizio di collegamento non è un'occasione di business, ma un «servizio pubblico» dovuto e che produce perdite di esercizio. Insomma: perché privatizzare qualcosa che il privato - da solo - non può gestire con i propri criteri?
Altrettanto divertente, diciamo così, la composizione della cordata. In testa c'è la Regione Sicilia, con il 37%, ma la parte industriale verrà curata soprattutto dall'armatore greco Alexis Tomatos (che ha il 30,5% con la sua Ttl), già nominato amministratore delegato. Una buona fetta va pure alla famiglia Lauro (18%), mentre le briciole rimangono per la famiglia Busi (5,%), la società Isolemar (8) eNicola Coccia (0,5).
Le questioni più gravi sono però di altro ordine. Già la Corte dei Conti, ancora pochi giorni fa, aveva sollevato «riserve» sul decreto governativo di nomina dell'amministratore unico, che di fatto «esenta preventivamente dalla resposabilità amministrativa-contabile chi (amministratori, ecc) potrà cagionare danni all'erario». Curiosa abitudine, questa di salvare giudiziariamente gli amministratori ancor prima che commettano reati...
La seconda questione è ovviamente legata ai dipendenti. Tomatos aveva parlato sulla stampa di circa 520 «esuberi». Ieri ha smentito, riducendo la pretesa a «soli» 200. Ma lo stesso Tomatos ha voluto chiarire subito come vanno le cose: «se avremo continuamente i bastoni tra le ruote e ci verrà impedito di operare, chiediamo al governo di tutelare Mediterranea e il nostro progetto; sia dagli armatori che sono pronti a fare ricorso contro l'aggiudicazione della gara sia dalle pressioni dei sindacati».
I quali, naturalmente, vogliono conoscere quale sia il «piano industriale» del compratore e ricevere garanzie sulla tenuta occupazionale nonché sugli aspetti contrattuali per tutto il periodo della convenzione. Al governo viene chiesto di convocare le parti al più presto e comunque prima della firma del contratto, ormai fissata per mercoledì 4 agosto. Occhio al traghetto di ritorno dalle vacanze, gente!
di Francesco Piccioni (ilManifesto del 29 luglio 2010)
Altra privatizzazione «alla Berlusconi» di un pezzo rilevante dei sistema di trasporto nazionale. Dopo l'Alitalia, gentilmente regalata a Colaninno & Co. (in attesa di finire per intero ad Air France), ora tocca a Tirrenia e Siremar, le compagnie che collegano le isole tra loro e alla terraferma.
Una «cordata» inedita e abborracciata - Mediterranea Holding, unica concorrente rimasta in lizza - se l'è aggiudicata offrendo l'«incredibile» cifra di 25 milioni (un rialzo dalla precedente offerta: solo 10 milioni), di cui soltanto uno da pagare subito; gli altri in comode rate decennali. In compenso, però, i «nuovi proprietari» hanno chiesto garanzie sulla continuità delle sovvenzioni statali alle due compagnie (72,6 milioni l'anno per Tirrenia, 55,7 per Siremar), altrimenti l'offerta verrà ritirata. Del resto è risaputo che gestire questo servizio di collegamento non è un'occasione di business, ma un «servizio pubblico» dovuto e che produce perdite di esercizio. Insomma: perché privatizzare qualcosa che il privato - da solo - non può gestire con i propri criteri?
Altrettanto divertente, diciamo così, la composizione della cordata. In testa c'è la Regione Sicilia, con il 37%, ma la parte industriale verrà curata soprattutto dall'armatore greco Alexis Tomatos (che ha il 30,5% con la sua Ttl), già nominato amministratore delegato. Una buona fetta va pure alla famiglia Lauro (18%), mentre le briciole rimangono per la famiglia Busi (5,%), la società Isolemar (8) eNicola Coccia (0,5).
Le questioni più gravi sono però di altro ordine. Già la Corte dei Conti, ancora pochi giorni fa, aveva sollevato «riserve» sul decreto governativo di nomina dell'amministratore unico, che di fatto «esenta preventivamente dalla resposabilità amministrativa-contabile chi (amministratori, ecc) potrà cagionare danni all'erario». Curiosa abitudine, questa di salvare giudiziariamente gli amministratori ancor prima che commettano reati...
La seconda questione è ovviamente legata ai dipendenti. Tomatos aveva parlato sulla stampa di circa 520 «esuberi». Ieri ha smentito, riducendo la pretesa a «soli» 200. Ma lo stesso Tomatos ha voluto chiarire subito come vanno le cose: «se avremo continuamente i bastoni tra le ruote e ci verrà impedito di operare, chiediamo al governo di tutelare Mediterranea e il nostro progetto; sia dagli armatori che sono pronti a fare ricorso contro l'aggiudicazione della gara sia dalle pressioni dei sindacati».
I quali, naturalmente, vogliono conoscere quale sia il «piano industriale» del compratore e ricevere garanzie sulla tenuta occupazionale nonché sugli aspetti contrattuali per tutto il periodo della convenzione. Al governo viene chiesto di convocare le parti al più presto e comunque prima della firma del contratto, ormai fissata per mercoledì 4 agosto. Occhio al traghetto di ritorno dalle vacanze, gente!
Categorie: contro la crisi
Il Marchionne del Grillo
29/07/2010 20:31 | LAVORO - ITALIA
di Loris Campetti (ilManifesto del 29 luglio 2010)
«Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione, «no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi «conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia, ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni italiani.
Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti, tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta, con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo» per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior sorte.
«La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti, trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo) sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1) volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B (Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi. Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria, nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione imbarazzante, un reportage da Marte.
Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne: «L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un accordo con il governo o i sindacati.
Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come, non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta. Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di oggi.
di Loris Campetti (ilManifesto del 29 luglio 2010)
«Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione, «no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi «conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia, ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni italiani.
Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti, tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta, con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo» per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior sorte.
«La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti, trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo) sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1) volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B (Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi. Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria, nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione imbarazzante, un reportage da Marte.
Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne: «L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un accordo con il governo o i sindacati.
Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come, non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta. Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di oggi.
Categorie: contro la crisi
Prezzo della Crisi del 29-07-2010: 'Istat, la matematica è una opinione, la loro. '
29/07/2010 19:09 | LAVORO - ITALIA
di Fabio Sebastiani per controlacrisi.org
Le retribuzioni contrattuali orarie nel mese di giugno sono aumentate del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,1% rispetto a maggio, mentre l'inflazione a giugno ha segnato un +1,3%. Ecco qui, in due parole, l’Italia dell’Istat: tutti allegri e felici perché le buste paga registrano un aumento che è addirittura doppio rispetto al tasso dell’inflazione. Ma di cosa stiamo parlando? Dove è il trucco? Il trucco è puerile quanto devastante: l’aumento delle retribuzioni viene calcolato su quei due o tre contratti chiusi nell’annualità presa in considerazione. Tutto qui. Si spaccia per retribuzioni di “tutti i lavoratori italiani”, quello che in realtà riguarda una esigua minoranza. Lasciamo stare, per carità di patria, il modo di calcolare l’inflazione, di cui si aspetta una riforma che tarda ad arrivare e che, se possibile, verrà resa ancora più oscura dall’indice Ipca, cioè il livello dei prezzi “depurato” dagli aumenti dei prodotti energetici.
L’economia scienza triste? Peggio. Così diventa una “opinione criminale”. Per carità, qui stiamo solo parlando dei dati di partenza. L’economia è ben altra cosa. Ma ogni volta, su questi benedetti dati, sia i politici, sia gli opinionisti, sia i cosiddetti esperti, costruiscono una immagine di una Italia che non esiste. Sui redditi da lavoro dipendente, poi, c’è proprio una vera e propria scuola di pensiero che ha sempre parlato di aumento, quando in realtà non è affatto così. E lo dimostrano nono solo i famosi dieci punti di prodotto interno lordo che in quest’ultimo decennio sono “migrati” da salari e pensioni verso i profitti, ma, tanto per citare un indicatore, dal potere di acquisto effettivo di quelle classi sociali che vivono di reddito fisso. E’ da tempo che tutte le indagini dicono che i consumi sono in calo netto. Da qualche mese questo calo interessa anche i generi di prima necessità. Nessuno, tra i tanti esperti che affollano gli editoriali dei giornali nazionali, è in grado di costruire su questo un ragionamento serio. Nessuno sa farne l’oggetto di una analisti seria sulla direzione in cui sta andando la nostra società. Senza contare che, e di questo dovrebbe ragionare soprattutto l’Istat, il calo dei consumi ha un effetto diretto sulla stessa inflazione. Non è un mistero per nessuno, infatti, che nel settore della distribuzione è in atto una guerra a suon di sconti sui prodotti. Quindi l’indice Istat sull’aumento dei prezzi non è veritiero perché non tiene conto del calmiere naturale del mercato esercitato dal calo della domanda. Non lo è non da un punto di vista numerico, ma da un punto di vista sostanziale.
Leggi tutti i prezzi della crisi...
di Fabio Sebastiani per controlacrisi.org
Le retribuzioni contrattuali orarie nel mese di giugno sono aumentate del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,1% rispetto a maggio, mentre l'inflazione a giugno ha segnato un +1,3%. Ecco qui, in due parole, l’Italia dell’Istat: tutti allegri e felici perché le buste paga registrano un aumento che è addirittura doppio rispetto al tasso dell’inflazione. Ma di cosa stiamo parlando? Dove è il trucco? Il trucco è puerile quanto devastante: l’aumento delle retribuzioni viene calcolato su quei due o tre contratti chiusi nell’annualità presa in considerazione. Tutto qui. Si spaccia per retribuzioni di “tutti i lavoratori italiani”, quello che in realtà riguarda una esigua minoranza. Lasciamo stare, per carità di patria, il modo di calcolare l’inflazione, di cui si aspetta una riforma che tarda ad arrivare e che, se possibile, verrà resa ancora più oscura dall’indice Ipca, cioè il livello dei prezzi “depurato” dagli aumenti dei prodotti energetici.
L’economia scienza triste? Peggio. Così diventa una “opinione criminale”. Per carità, qui stiamo solo parlando dei dati di partenza. L’economia è ben altra cosa. Ma ogni volta, su questi benedetti dati, sia i politici, sia gli opinionisti, sia i cosiddetti esperti, costruiscono una immagine di una Italia che non esiste. Sui redditi da lavoro dipendente, poi, c’è proprio una vera e propria scuola di pensiero che ha sempre parlato di aumento, quando in realtà non è affatto così. E lo dimostrano nono solo i famosi dieci punti di prodotto interno lordo che in quest’ultimo decennio sono “migrati” da salari e pensioni verso i profitti, ma, tanto per citare un indicatore, dal potere di acquisto effettivo di quelle classi sociali che vivono di reddito fisso. E’ da tempo che tutte le indagini dicono che i consumi sono in calo netto. Da qualche mese questo calo interessa anche i generi di prima necessità. Nessuno, tra i tanti esperti che affollano gli editoriali dei giornali nazionali, è in grado di costruire su questo un ragionamento serio. Nessuno sa farne l’oggetto di una analisti seria sulla direzione in cui sta andando la nostra società. Senza contare che, e di questo dovrebbe ragionare soprattutto l’Istat, il calo dei consumi ha un effetto diretto sulla stessa inflazione. Non è un mistero per nessuno, infatti, che nel settore della distribuzione è in atto una guerra a suon di sconti sui prodotti. Quindi l’indice Istat sull’aumento dei prezzi non è veritiero perché non tiene conto del calmiere naturale del mercato esercitato dal calo della domanda. Non lo è non da un punto di vista numerico, ma da un punto di vista sostanziale.
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Categorie: contro la crisi
IL MASSACRO SOCIALE DI ZAPATERO, PAESE CHE VAI CENTRO SINISTRA CHE TROVI
29/07/2010 18:25 | LAVORO - INTERNAZIONALE
La riforma Zapatero è un grave attentato ai diritti dei lavoratori, così i sindacati spagnoli.
SPAGNA: RIFORMA LAVORO AL CONGRESSO SENZA ACCORDO PARTITI (ANSAmed) - MADRID, 29 LUG - È cominciato oggi l'esame della riforma del lavoro nella Commissione lavoro del Congresso, che dovrà approvare il progetto di legge di misure urgenti proposto dal governo socialista. Una volta approvata, la riforma passerà all'esame del Senato. Ma il suo futuro è ancora avvolto da incertezza dal momento che, sottolinea oggi la stampa spagnola, il Psoe, senza maggioranza assoluta alle Camere, non ha ancora raggiunto un accordo sul testo del progetto di legge con i principali gruppi politici, con i nazionalisti di CiU e del Pnv, e tantomeno col PP all'opposizione. D'altra parte, i sindacati Ugt e CcOo sottolineano che la riforma «rappresenta un grave attentato ai diritti dei lavoratori» e hanno chiesto ai gruppi parlamentari di «ricondurla», anche in vista dello sciopero generale fissato per il 29 settembre prossimo. Il governo, attraverso il ministro del lavoro Celestino Corbacho, si è detto disponibile a dibattere gli emendamenti parziali al testo, presentati dai gruppi politici. Da parte sua il Psoe ha presentato martedì 17 emendamenti per ottenere il possibile voto favorevole del PP. Il progetto di legge generalizza l'impiego del contratto di sviluppo del lavoro a tempo indefinito, che prevede un'indennità di licenziamento pari a 33 giorni per anno lavorato. Prevede, inoltre, che 8 dei giorni di indennità siano a carico del Fondo statale di Garanzia Salariale. Un'altra delle misure introdotte dal governo è la possibilità, per le imprese, di ricorrere ai licenziamenti anche senza giusta causa, in caso di situazione economica negativa o di crisi delle aziende. D'altra parte, la riforma prevede un incremento da 2 a 3 anni della durata massima dei contratti lavorativi per opera o servizi. La Commissione lavoro ha competenza legislativa piena, per cui la riforma sarà rimessa al Senato senza necessità di passare per la Camera Bassa in sessione plenaria.
La riforma Zapatero è un grave attentato ai diritti dei lavoratori, così i sindacati spagnoli.
SPAGNA: RIFORMA LAVORO AL CONGRESSO SENZA ACCORDO PARTITI (ANSAmed) - MADRID, 29 LUG - È cominciato oggi l'esame della riforma del lavoro nella Commissione lavoro del Congresso, che dovrà approvare il progetto di legge di misure urgenti proposto dal governo socialista. Una volta approvata, la riforma passerà all'esame del Senato. Ma il suo futuro è ancora avvolto da incertezza dal momento che, sottolinea oggi la stampa spagnola, il Psoe, senza maggioranza assoluta alle Camere, non ha ancora raggiunto un accordo sul testo del progetto di legge con i principali gruppi politici, con i nazionalisti di CiU e del Pnv, e tantomeno col PP all'opposizione. D'altra parte, i sindacati Ugt e CcOo sottolineano che la riforma «rappresenta un grave attentato ai diritti dei lavoratori» e hanno chiesto ai gruppi parlamentari di «ricondurla», anche in vista dello sciopero generale fissato per il 29 settembre prossimo. Il governo, attraverso il ministro del lavoro Celestino Corbacho, si è detto disponibile a dibattere gli emendamenti parziali al testo, presentati dai gruppi politici. Da parte sua il Psoe ha presentato martedì 17 emendamenti per ottenere il possibile voto favorevole del PP. Il progetto di legge generalizza l'impiego del contratto di sviluppo del lavoro a tempo indefinito, che prevede un'indennità di licenziamento pari a 33 giorni per anno lavorato. Prevede, inoltre, che 8 dei giorni di indennità siano a carico del Fondo statale di Garanzia Salariale. Un'altra delle misure introdotte dal governo è la possibilità, per le imprese, di ricorrere ai licenziamenti anche senza giusta causa, in caso di situazione economica negativa o di crisi delle aziende. D'altra parte, la riforma prevede un incremento da 2 a 3 anni della durata massima dei contratti lavorativi per opera o servizi. La Commissione lavoro ha competenza legislativa piena, per cui la riforma sarà rimessa al Senato senza necessità di passare per la Camera Bassa in sessione plenaria.
Categorie: contro la crisi
FIAT: POMIGLIANO;AMENDOLA(FIOM), VOGLIONO IMBROGLIARE OPERAI
29/07/2010 18:06 | LAVORO - ITALIA
(NAPOLI), 29 LUG - «Oggi abbiamo avuto la conferma che la Fiat vuole attuare l'accordo di Pomigliano in tutti gli altri stabilimenti del gruppo: vogliono imbrogliare i lavoratori continuando a violare le leggi e la Costituzione». Così Andrea Amendola, segretario provinciale della Fiom di Napoli, annunciando che il sindacato si sta attrezzando per verificare la possibilità di intraprendere azioni legali contro l'accordo separato sottoscritto con Fiat dalle altre organizzazioni sindacali. Amendola, inoltre, ha comunicato che lunedì il segretario nazionale Masini incontrerà i delegati di fabbrica nella sede del sindacato a Napoli, per discutere la questione. «Mentre si apprestano a far partire l'operazione della newco - ha aggiunto Amendola - nel frattempo cambieranno il Contratto nazionale del lavoro per salvare capra e cavoli. Ed il dramma è che tutte le altre organizzazioni sindacali, che fino a qualche giorno fa dicevano che l'accordo di Pomigliano non era esportabile, ora sostengono il contrario». «Il problema non è solo di tipo legale - ha proseguito il segretario della Fiom - ma anche di rapporti sindacali, in quanto questa newco, che mi convince sempre meno, potrebbe celare, dietro la facciata annunciata di 'blindarè l'accordo di giugno, una serie di licenziamenti con la scusa della mancata adesione dei lavoratori all'accordo. Gli operai, infatti, checchè si voglia dire, saranno costretti a firmare l'accordo in quanto non sarà applicato il Ccnl». Amendola, infine, ha sostenuto che con la nuova società si va incontro «ad un migliaio di esuberi»: «Mi chiedo, infatti, quanti operai resteranno fuori, in quanto ci sono i lavoratori dislocati a Nola, quelli di Pomigliano, ed ora anche quelli della Ergom. In tutto dovrebbero entrare nella nuova società oltre 5700 lavoratori, e credo che un migliaio sarà in esubero».(ANSA). Y2W-CER 29-LUG-10 17:36 NNN
FINE DISPACCIO
(NAPOLI), 29 LUG - «Oggi abbiamo avuto la conferma che la Fiat vuole attuare l'accordo di Pomigliano in tutti gli altri stabilimenti del gruppo: vogliono imbrogliare i lavoratori continuando a violare le leggi e la Costituzione». Così Andrea Amendola, segretario provinciale della Fiom di Napoli, annunciando che il sindacato si sta attrezzando per verificare la possibilità di intraprendere azioni legali contro l'accordo separato sottoscritto con Fiat dalle altre organizzazioni sindacali. Amendola, inoltre, ha comunicato che lunedì il segretario nazionale Masini incontrerà i delegati di fabbrica nella sede del sindacato a Napoli, per discutere la questione. «Mentre si apprestano a far partire l'operazione della newco - ha aggiunto Amendola - nel frattempo cambieranno il Contratto nazionale del lavoro per salvare capra e cavoli. Ed il dramma è che tutte le altre organizzazioni sindacali, che fino a qualche giorno fa dicevano che l'accordo di Pomigliano non era esportabile, ora sostengono il contrario». «Il problema non è solo di tipo legale - ha proseguito il segretario della Fiom - ma anche di rapporti sindacali, in quanto questa newco, che mi convince sempre meno, potrebbe celare, dietro la facciata annunciata di 'blindarè l'accordo di giugno, una serie di licenziamenti con la scusa della mancata adesione dei lavoratori all'accordo. Gli operai, infatti, checchè si voglia dire, saranno costretti a firmare l'accordo in quanto non sarà applicato il Ccnl». Amendola, infine, ha sostenuto che con la nuova società si va incontro «ad un migliaio di esuberi»: «Mi chiedo, infatti, quanti operai resteranno fuori, in quanto ci sono i lavoratori dislocati a Nola, quelli di Pomigliano, ed ora anche quelli della Ergom. In tutto dovrebbero entrare nella nuova società oltre 5700 lavoratori, e credo che un migliaio sarà in esubero».(ANSA). Y2W-CER 29-LUG-10 17:36 NNN
FINE DISPACCIO
Categorie: contro la crisi
A. MERLONI: SAVELLI (PRC), NOTIZIE ESTREMAMENTE PREOCCUPANTI
29/07/2010 18:03 | LAVORO - ITALIA
(ANSA) - ANCONA, 29 LUG - «Stupefacenti e al tempo stesso estremamente preoccupanti» le notizie sulla vendita di asset dell'Antonio Merloni, secondo la valutazione del segretario regionale del Prc delle Marche Marco Savelli. Savelli non capisce la preoccupazione del sindaco di Fabriano Roberto Sorci sullo 'spezzatinò del gruppo industriale («non era una strategia condivisa quella della cessione di asset del gruppo per rendere più praticabili le ipotesi di salvataggio delle varie realtà produttive e di tutela occupazionale?»), e chiede che fine hanno fatto i cinesi della China Machi Holding, che sembravano «pronti a rilevare gli stabilimenti del 'biancò di Santa Maria e Maragone a Fabriano e Gaifana in Umbria». La sensazione, dice Savelli, «è che la Cina non sia tanto vicina, anzi non lo sia mai realmente stata, e che oggi qualcuno cerchi di alzare un gran polverone per nascondere quanto fumo abbia venduto negli ultimi mesi». «Impedire lo spacchettamento delle varie realtà produttive, nella logica del 'muoia Sansone con tutti i filisteì, può servire solo a nascondere il fatto che da due anni a questa parte non è stato fatto assolutamente niente di serio per salvare i 2.500 posti di lavoro della Ardo». «A pensare male si fa peccato, ma questa sostanziale inazione si spiega forse con i fatto che il gruppo Indesit, il ramo 'sanò della famiglia Merloni, non voleva e non vuole mettersi nessun concorrente in casa». Magari, ipotizza Savelli, «aspetta solo di comparire in extremis per comprare per quattro soldi, salvando poche decine di lavoratori, quella che ritiene essere ancora una proprietà di famiglia». «Se non ci fossero di mezzo quei 2.500 lavoratori in carne e ossa e quelli dell'indotto, si potrebbe anche stare ad aspettare gli sviluppi con curiosità e ironico distacco». Ma così non è.
(ANSA) - ANCONA, 29 LUG - «Stupefacenti e al tempo stesso estremamente preoccupanti» le notizie sulla vendita di asset dell'Antonio Merloni, secondo la valutazione del segretario regionale del Prc delle Marche Marco Savelli. Savelli non capisce la preoccupazione del sindaco di Fabriano Roberto Sorci sullo 'spezzatinò del gruppo industriale («non era una strategia condivisa quella della cessione di asset del gruppo per rendere più praticabili le ipotesi di salvataggio delle varie realtà produttive e di tutela occupazionale?»), e chiede che fine hanno fatto i cinesi della China Machi Holding, che sembravano «pronti a rilevare gli stabilimenti del 'biancò di Santa Maria e Maragone a Fabriano e Gaifana in Umbria». La sensazione, dice Savelli, «è che la Cina non sia tanto vicina, anzi non lo sia mai realmente stata, e che oggi qualcuno cerchi di alzare un gran polverone per nascondere quanto fumo abbia venduto negli ultimi mesi». «Impedire lo spacchettamento delle varie realtà produttive, nella logica del 'muoia Sansone con tutti i filisteì, può servire solo a nascondere il fatto che da due anni a questa parte non è stato fatto assolutamente niente di serio per salvare i 2.500 posti di lavoro della Ardo». «A pensare male si fa peccato, ma questa sostanziale inazione si spiega forse con i fatto che il gruppo Indesit, il ramo 'sanò della famiglia Merloni, non voleva e non vuole mettersi nessun concorrente in casa». Magari, ipotizza Savelli, «aspetta solo di comparire in extremis per comprare per quattro soldi, salvando poche decine di lavoratori, quella che ritiene essere ancora una proprietà di famiglia». «Se non ci fossero di mezzo quei 2.500 lavoratori in carne e ossa e quelli dell'indotto, si potrebbe anche stare ad aspettare gli sviluppi con curiosità e ironico distacco». Ma così non è.
Categorie: contro la crisi
D'ALEMA LE BOMBE DI OBAMA E I CANNONI OLANDESI
29/07/2010 17:22 | POLITICA - INTERNAZIONALE
Le bombe di Obama sono come quelle di Bush, certo, cambia la narrazione e l'emotività dei discorsi con le quali vengono giustificate ma alla fine ammazzano lo stesso. Oggi a dar sostegno alla guerra arrivano come al solito le dichiarazioni di uno degli esponenti principali del centro sinistra italiano, Massimo D'Alema che non riesce a dire niente altro se non che serve una riflessione su come portare avanti la missione. L'Olanda che sull'argomento ha riflettuto abbastanza saluta la coalizione a guida americana proprio questa domenica ritirando i propri cannoni. Visto che D'Alema ha tempo per riflettere si faccia un giro da quelle parti magari qualcuno gli spiega che quella guerra è inutile.
AFGHANISTAN:D'ALEMA;MISSIONE NECESSARIA,MA SERVE RIFLESSIONE
POL S0A QBXB AFGHANISTAN:D'ALEMA;MISSIONE NECESSARIA,MA SERVE RIFLESSIONE (ANSA) - ROMA, 29 LUG - «Resto convinto che la missione in Afghanistan fosse necessaria e che un ritiro non sarebbe positivo, ma serve una riflessione seria su come portarla avanti». Lo ha detto il presidente del Copasir, Massimo D'Alema. «Ci vuole - ha spiegato d'Alema - un mix di azione militare, ricerca del consenso e costruzione dello Stato, ma è un processo problematico. La priorità deve essere quella di evitare perdite civili. Io - ha ricordato - da ministro degli Esteri avevo sollecitato la necessità di una revisione strategica centrata sulla riappacificazione e ora vedo che, con molto ritardo, questo tema sta diventando l'asse dello sforzo internazionale».
Le bombe di Obama sono come quelle di Bush, certo, cambia la narrazione e l'emotività dei discorsi con le quali vengono giustificate ma alla fine ammazzano lo stesso. Oggi a dar sostegno alla guerra arrivano come al solito le dichiarazioni di uno degli esponenti principali del centro sinistra italiano, Massimo D'Alema che non riesce a dire niente altro se non che serve una riflessione su come portare avanti la missione. L'Olanda che sull'argomento ha riflettuto abbastanza saluta la coalizione a guida americana proprio questa domenica ritirando i propri cannoni. Visto che D'Alema ha tempo per riflettere si faccia un giro da quelle parti magari qualcuno gli spiega che quella guerra è inutile.
AFGHANISTAN:D'ALEMA;MISSIONE NECESSARIA,MA SERVE RIFLESSIONE
POL S0A QBXB AFGHANISTAN:D'ALEMA;MISSIONE NECESSARIA,MA SERVE RIFLESSIONE (ANSA) - ROMA, 29 LUG - «Resto convinto che la missione in Afghanistan fosse necessaria e che un ritiro non sarebbe positivo, ma serve una riflessione seria su come portarla avanti». Lo ha detto il presidente del Copasir, Massimo D'Alema. «Ci vuole - ha spiegato d'Alema - un mix di azione militare, ricerca del consenso e costruzione dello Stato, ma è un processo problematico. La priorità deve essere quella di evitare perdite civili. Io - ha ricordato - da ministro degli Esteri avevo sollecitato la necessità di una revisione strategica centrata sulla riappacificazione e ora vedo che, con molto ritardo, questo tema sta diventando l'asse dello sforzo internazionale».
Categorie: contro la crisi
ECCO COME RICATTERANNO I LAVORATORI DI POMIGLIANO
29/07/2010 16:50 | LAVORO - ITALIA
TORINO, 29 LUG - Le assunzioni dei lavoratori nella newco Fabbrica Italia Pomigliano inizieranno a settembre 2011, quando inizierà la produzione della Futura Panda e avverranno attraverso la 'cessione dei contratti individualì. I 5.200 lavoratori dello stabilimento Gian Battista Vico, oggi tutti in cassa integrazione straordinaria (poi diventerà cassa in deroga), passeranno gradualmente da Fiat Group Automobiles alla newco. Sarà quindi necessario l'assenso dei lavoratori. Se qualcuno dovesse non accettare resterà in cassa integrazione e poi andrà in mobilità perdendo quindi il posto di lavoro. Alla newco passerà anche gran parte dei lavoratori della Ergom di Napoli.
TORINO, 29 LUG - Le assunzioni dei lavoratori nella newco Fabbrica Italia Pomigliano inizieranno a settembre 2011, quando inizierà la produzione della Futura Panda e avverranno attraverso la 'cessione dei contratti individualì. I 5.200 lavoratori dello stabilimento Gian Battista Vico, oggi tutti in cassa integrazione straordinaria (poi diventerà cassa in deroga), passeranno gradualmente da Fiat Group Automobiles alla newco. Sarà quindi necessario l'assenso dei lavoratori. Se qualcuno dovesse non accettare resterà in cassa integrazione e poi andrà in mobilità perdendo quindi il posto di lavoro. Alla newco passerà anche gran parte dei lavoratori della Ergom di Napoli.
Categorie: contro la crisi
FIAT: CREMASCHI(FIOM), LA CGIL ROMPA CON CONFINDUSTRIA
29/07/2010 16:24 | LAVORO - ITALIA
(ANSA) - ROMA, 29 LUG - «Com'era ovvio, Fiat, Confindustria, Cisl e Uil sono completamente d'accordo tra loro. Certo, oggi hanno qualche piccola divergenza sul 'comè salvaguardare i reciproci ruoli e poteri, ma non hanno alcun dissenso sul 'cosà, cioè sullo smantellamento del Contratto nazionale, prima in Fiat e poi per tutti i lavoratori italiani e sul trasformare Pomigliano nella regola da applicare fabbrica per fabbrica, territorio per territorio». È quanto sottolinea il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi precisando che «già si avvertono i primi segnali in questa direzione, oltre la Fiat». «L'associazione industriali di Brescia - precisa - ha convocato Cgil, Cisl e Uil e ha proposto un patto territoriale che riproponga i contenuti del diktat di Pomigliano. Solo uno sciocco può pensare che quello che vuole ottenere la Fiat non lo pretendano tutti gli altri industriali italiani. Sarebbe davvero un'agevolazione di mercato per una sola azienda». Secondo Cremaschi, «siamo di fronte al più grave attacco ai diritti sindacali, anzi ai diritti puri e semplici dei lavoratori dal 1945 ad oggi. E questo attacco avviene con il totale consenso di Cisl e Uil». «La Cgil deve muoversi e decidere - conclude il sindacalista della Fiom -. A metà settembre ci sarà il direttivo nazionale della confederazione, che prima di tutto dovrà assumere un orientamento politico: quello di considerare la vicenda Fiat una questione che riguarda tutti i lavoratori italiani e di accollare non solo a Marchionne, ma alla Confindustria tutte le responsabilità. Il che significa scegliere una via di rottura con la Confindustria, abbandonando ogni velleità di ricostruzione unitaria con gli attuali gruppi dirigenti di Cisl e Uil. Queste sono le scelte vere, tutto il resto rischia di portare la Cgil in una posizione di assoluta marginalità».
(ANSA) - ROMA, 29 LUG - «Com'era ovvio, Fiat, Confindustria, Cisl e Uil sono completamente d'accordo tra loro. Certo, oggi hanno qualche piccola divergenza sul 'comè salvaguardare i reciproci ruoli e poteri, ma non hanno alcun dissenso sul 'cosà, cioè sullo smantellamento del Contratto nazionale, prima in Fiat e poi per tutti i lavoratori italiani e sul trasformare Pomigliano nella regola da applicare fabbrica per fabbrica, territorio per territorio». È quanto sottolinea il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi precisando che «già si avvertono i primi segnali in questa direzione, oltre la Fiat». «L'associazione industriali di Brescia - precisa - ha convocato Cgil, Cisl e Uil e ha proposto un patto territoriale che riproponga i contenuti del diktat di Pomigliano. Solo uno sciocco può pensare che quello che vuole ottenere la Fiat non lo pretendano tutti gli altri industriali italiani. Sarebbe davvero un'agevolazione di mercato per una sola azienda». Secondo Cremaschi, «siamo di fronte al più grave attacco ai diritti sindacali, anzi ai diritti puri e semplici dei lavoratori dal 1945 ad oggi. E questo attacco avviene con il totale consenso di Cisl e Uil». «La Cgil deve muoversi e decidere - conclude il sindacalista della Fiom -. A metà settembre ci sarà il direttivo nazionale della confederazione, che prima di tutto dovrà assumere un orientamento politico: quello di considerare la vicenda Fiat una questione che riguarda tutti i lavoratori italiani e di accollare non solo a Marchionne, ma alla Confindustria tutte le responsabilità. Il che significa scegliere una via di rottura con la Confindustria, abbandonando ogni velleità di ricostruzione unitaria con gli attuali gruppi dirigenti di Cisl e Uil. Queste sono le scelte vere, tutto il resto rischia di portare la Cgil in una posizione di assoluta marginalità».
Categorie: contro la crisi
La "macelleria sociale" (manovra) è legge, sì definitivo alla Camera
29/07/2010 16:18 | ECONOMIA - ITALIA
I voti favorevoli al decreto sono stati 321, 270 i contrari, 4 gli astenuti. Dopo un iter parlamentare di circa 2 mesi, dunque, il testo taglia l’ultimo traguardo, senza modifiche e blindato dalla fiducia. Pd: "Tra due mesi avremo una nuova manovra"
La manovra da 25 miliardi del governo è legge. E’ arrivato il sì definitivo dell'Aula di Montecitorio che ha confermato il testo del Senato. I voti favorevoli al decreto sono stati 321, 270 i voti contrari, 4 gli astenuti.
Dopo un iter parlamentare di circa 2 mesi, dunque, il testo contenente la manovra economica taglia l’ultimo traguardo. Il disco verde al testo è arrivato con doppia fiducia, prima a Palazzo Madama, poi Montecitorio dove il provvedimento arrivato blindato. Le uniche modifiche al provvedimento sono dunque arrivate dal Senato, mentre la Camera dei deputati lo gha votato così com’era. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, attesa già per domani, la manovra sarà quindi legge dello Stato.
» Scheda: tutte le misure
Il provvedimento vale 24,9 miliardi era stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 25 maggio per rispettare gli impegni chiesti da Bruxelles sul deficit (ridurlo dal 5 per cento del Pil del 2010 al 3,9 per cento nel 2011 e al 2,7 per cento nel 2012) e mettere al riparo l'Italia da
ulteriori turbolenze finanziarie.
Una manovra pesante, dunque, riconosciuta da tutti come necessaria, ma contestatissima fin dalla sua approvazione. In trincea, in primis, i governatori sul piede di guerra contro i pesanti tagli alle Regioni. A contestarla anche molte altre categorie: dalle Province e i Comuni, ai disabili, i farmacisti, gli ambientalisti, i magistrati fino ai diplomatici e i rappresentanti del mondo della cultura. Contraria anche la Cgil, che sin dall’inizio ha definito il testo “iniquo” e “sbagliato”.
“Non è con la demagogia che si risolve il fatto che i tagli della manovra sono insostenibili” ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Vasco Errani, al termine della seduta odierna della Conferenza. “La nostra posizione - ha chiarito Errani - non cambia: la manovra per le Regioni è iniqua, pesa sui servizi che le Regioni finanziano a favore dei cittadini, delle imprese, delle famiglie”.
Fonte: Rassegna.it (il titolo è stato modificato dalla redazione di controlacrisi.org)
I voti favorevoli al decreto sono stati 321, 270 i contrari, 4 gli astenuti. Dopo un iter parlamentare di circa 2 mesi, dunque, il testo taglia l’ultimo traguardo, senza modifiche e blindato dalla fiducia. Pd: "Tra due mesi avremo una nuova manovra"
La manovra da 25 miliardi del governo è legge. E’ arrivato il sì definitivo dell'Aula di Montecitorio che ha confermato il testo del Senato. I voti favorevoli al decreto sono stati 321, 270 i voti contrari, 4 gli astenuti.
Dopo un iter parlamentare di circa 2 mesi, dunque, il testo contenente la manovra economica taglia l’ultimo traguardo. Il disco verde al testo è arrivato con doppia fiducia, prima a Palazzo Madama, poi Montecitorio dove il provvedimento arrivato blindato. Le uniche modifiche al provvedimento sono dunque arrivate dal Senato, mentre la Camera dei deputati lo gha votato così com’era. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, attesa già per domani, la manovra sarà quindi legge dello Stato.
» Scheda: tutte le misure
Il provvedimento vale 24,9 miliardi era stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 25 maggio per rispettare gli impegni chiesti da Bruxelles sul deficit (ridurlo dal 5 per cento del Pil del 2010 al 3,9 per cento nel 2011 e al 2,7 per cento nel 2012) e mettere al riparo l'Italia da
ulteriori turbolenze finanziarie.
Una manovra pesante, dunque, riconosciuta da tutti come necessaria, ma contestatissima fin dalla sua approvazione. In trincea, in primis, i governatori sul piede di guerra contro i pesanti tagli alle Regioni. A contestarla anche molte altre categorie: dalle Province e i Comuni, ai disabili, i farmacisti, gli ambientalisti, i magistrati fino ai diplomatici e i rappresentanti del mondo della cultura. Contraria anche la Cgil, che sin dall’inizio ha definito il testo “iniquo” e “sbagliato”.
“Non è con la demagogia che si risolve il fatto che i tagli della manovra sono insostenibili” ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Vasco Errani, al termine della seduta odierna della Conferenza. “La nostra posizione - ha chiarito Errani - non cambia: la manovra per le Regioni è iniqua, pesa sui servizi che le Regioni finanziano a favore dei cittadini, delle imprese, delle famiglie”.
Fonte: Rassegna.it (il titolo è stato modificato dalla redazione di controlacrisi.org)
Categorie: contro la crisi
PEDAGGI: TAR LAZIO, STOP AUMENTI AUTOSTRADE E GRA
29/07/2010 16:06 | ECONOMIA - LAZIO
(ANSA) - ROMA, 29 LUG - Il Tar del Lazio ha sospeso il decreto che ha disposto l'aumento dei pedaggi autostradali. I giudici hanno accolto le richieste della provincia di Roma, del Comune di Fiano Romano e della Provincia di Pescara
(ANSA) - ROMA, 29 LUG - Il Tar del Lazio ha sospeso il decreto che ha disposto l'aumento dei pedaggi autostradali. I giudici hanno accolto le richieste della provincia di Roma, del Comune di Fiano Romano e della Provincia di Pescara
Categorie: contro la crisi
E' ORA DELLO SCIOPERO GENARALE! PORTIAMO NELLE STRADE L'ITALIA CHE NON SI PIEGA!
29/07/2010 15:33 | LAVORO - ITALIA
E adesso che si fa? Facciamo questa domanda proprio mentre Marchionne compie una scelta che peserà profondamente nelle relazioni industriali di questo paese. La complicità del Governo e l'assenza dell'opposizione parlamentare su questo tema segnano uno scarto profondissimo tra la realtà materiale e la realtà del dibattito politico. Basta semplicemente citare che D'Alema proprio ieri non ha trovato di meglio da fare che offendere gli operai di Pomigliano accusandoli di essere assenteisti. Marchionne ha dichiarato guerra all'Italia del lavoro, usa la crisi come strumento per ridefinire i rapporti di forza nel terreno liscio della globalizzazione dove le multinazionali tutto possono fare. Non possiamo lasciare soli gli operai della Fiat a difendere i diritti di tutti e tutte, occorre schierarsi ed occorre farlo alla svelta perchè lo scontro si gioca in questi giorni e settimane. La manifestazione del 16 ottobre della Fiom è senza dubbio un appuntamento importante, ma da sola non basta rispetto alla sfida che Marchionne ci pone. Riteniamo che Marchionne abbia definitivamente fatto saltare ogni tipo di mediazione sociale, altro che patto tra lavoratori e produttori come illustrava Veltroni. Qui siamo al 1800, quando si mettevano fuori legge i sindacati. La prima cosa da fare pertanto è supportare ovunque le mobilitazioni della Fiom e dei sindacati di base, ma questo non basta, occorre mettere in piedi un patto di mutuo soccorso tra tutte le realtà politiche, associative, sindacali che convochino in maniera congiunta uno sciopero generale a difesa dei diritti del lavoro. Uno sciopero vero in grado di bloccare il paese come hanno fatto i nostri compagni greci.
Controlacrisi.org
E adesso che si fa? Facciamo questa domanda proprio mentre Marchionne compie una scelta che peserà profondamente nelle relazioni industriali di questo paese. La complicità del Governo e l'assenza dell'opposizione parlamentare su questo tema segnano uno scarto profondissimo tra la realtà materiale e la realtà del dibattito politico. Basta semplicemente citare che D'Alema proprio ieri non ha trovato di meglio da fare che offendere gli operai di Pomigliano accusandoli di essere assenteisti. Marchionne ha dichiarato guerra all'Italia del lavoro, usa la crisi come strumento per ridefinire i rapporti di forza nel terreno liscio della globalizzazione dove le multinazionali tutto possono fare. Non possiamo lasciare soli gli operai della Fiat a difendere i diritti di tutti e tutte, occorre schierarsi ed occorre farlo alla svelta perchè lo scontro si gioca in questi giorni e settimane. La manifestazione del 16 ottobre della Fiom è senza dubbio un appuntamento importante, ma da sola non basta rispetto alla sfida che Marchionne ci pone. Riteniamo che Marchionne abbia definitivamente fatto saltare ogni tipo di mediazione sociale, altro che patto tra lavoratori e produttori come illustrava Veltroni. Qui siamo al 1800, quando si mettevano fuori legge i sindacati. La prima cosa da fare pertanto è supportare ovunque le mobilitazioni della Fiom e dei sindacati di base, ma questo non basta, occorre mettere in piedi un patto di mutuo soccorso tra tutte le realtà politiche, associative, sindacali che convochino in maniera congiunta uno sciopero generale a difesa dei diritti del lavoro. Uno sciopero vero in grado di bloccare il paese come hanno fatto i nostri compagni greci.
Controlacrisi.org
Categorie: contro la crisi
GRECIA: CAMIONISTI IN PIAZZA CONTRO ORDINE REVOCA SCIOPERO, DISORDINI
29/07/2010 14:59 | ECONOMIA - INTERNAZIONALE
Atene, 29 lug. - (Adnkronos) - Disordini e tafferugli si sono registrati oggi ad Atene, dove migliaia di autotrasportatori sono scesi in piazza per protestare contro l'ordine del governo di revocare lo sciopero che da oltre tre giorni tiene il Paese a secco di benzina e di altri beni e che ha costretto molti turisti a cancellare le vacanze. L'apice della tensione si è registrato davanti al ministero dei Trasporti, dove la polizia è ricorsa a gas lacrimogeni per disperdere la folla di manifestanti che lanciava sassi e bottiglie contro i cancelli dell'edificio, cercando in qualche caso di scavalcare e fare irruzione nella struttura. All'origine dello sciopero c'è la decisione del governo socialista di George Papandreou di avviare una liberalizzazione delle licenze dei camion, nell'ambito di un piano di risanamento dell'economia nazionale varato d'accordo con l'Unione Europea e con il Fondo monetario internazionale in cambio di un prestito da 110 miliardi di euro. Tra i punti più contestati del piano, quello di abbassare notevolmente il prezzo di partenza delle licenze rispetto ai quasi 300mila euro attuali. L'ordine di revocare lo sciopero, emanato ieri dall'esecutivo di Atene, rappresenta una misura straordinaria a cui in genere si fa ricorso soltanto in tempo di guerra o in caso di catastrofi naturali. Secondo quanto riferito dalla Bbc, la polizia di Atene avrebbe intenzione di consegnare ai camionisti una nota di precettazione, ma molti degli autotrasportatori hanno abbandonato i loro mezzi e non possono essere raggiunti dal provvedimento. Lo sciopero ha già causato seri danni all'industria turistica, una delle più redditizie del Paese, costringendo le strutture alberghiere a congelare le prenotazioni. Migliaia di turisti dell'est europeo, in viaggio per la Grecia sulle loro auto, sono tuttora bloccati nel nord del Paese a causa della mancanza di benzina.
Atene, 29 lug. - (Adnkronos) - Disordini e tafferugli si sono registrati oggi ad Atene, dove migliaia di autotrasportatori sono scesi in piazza per protestare contro l'ordine del governo di revocare lo sciopero che da oltre tre giorni tiene il Paese a secco di benzina e di altri beni e che ha costretto molti turisti a cancellare le vacanze. L'apice della tensione si è registrato davanti al ministero dei Trasporti, dove la polizia è ricorsa a gas lacrimogeni per disperdere la folla di manifestanti che lanciava sassi e bottiglie contro i cancelli dell'edificio, cercando in qualche caso di scavalcare e fare irruzione nella struttura. All'origine dello sciopero c'è la decisione del governo socialista di George Papandreou di avviare una liberalizzazione delle licenze dei camion, nell'ambito di un piano di risanamento dell'economia nazionale varato d'accordo con l'Unione Europea e con il Fondo monetario internazionale in cambio di un prestito da 110 miliardi di euro. Tra i punti più contestati del piano, quello di abbassare notevolmente il prezzo di partenza delle licenze rispetto ai quasi 300mila euro attuali. L'ordine di revocare lo sciopero, emanato ieri dall'esecutivo di Atene, rappresenta una misura straordinaria a cui in genere si fa ricorso soltanto in tempo di guerra o in caso di catastrofi naturali. Secondo quanto riferito dalla Bbc, la polizia di Atene avrebbe intenzione di consegnare ai camionisti una nota di precettazione, ma molti degli autotrasportatori hanno abbandonato i loro mezzi e non possono essere raggiunti dal provvedimento. Lo sciopero ha già causato seri danni all'industria turistica, una delle più redditizie del Paese, costringendo le strutture alberghiere a congelare le prenotazioni. Migliaia di turisti dell'est europeo, in viaggio per la Grecia sulle loro auto, sono tuttora bloccati nel nord del Paese a causa della mancanza di benzina.
Categorie: contro la crisi
CRISI: 2009 ANNUS HORRIBILIS MANIFATTURIERO IN UMBRIA, INDAGINE CNA
29/07/2010 14:56 | LAVORO - UMBRIA
PERUGIA, 29 LUG - È stato il 2009 l'annus horribilis del manifatturiero in Umbria. Un periodo buio in cui le imprese, già provate da un 2008 non certo facile, hanno continuato a subire cali importanti di ordini e fatturato, pur mantenendo con grandi sofferenze l'occupazione, anche grazie all'utilizzo della cassa integrazione: è quanto emerge dall'indagine di Cna produzione Umbria, illustrata stamani in una conferenza stampa. Dal questionario emerge, per il 2009, una netta diminuzione del fatturato (per il 56,9% del campione) ed un'altrettanto consistente riduzione degli ordinativi (per il 54,2% delle aziende esaminate). In particolare, il 57,1% delle aziende che dichiarano aumenti degli ordini appartiene al settore meccanica e il restante 42,9% al settore alimentare, mentre tutti gli altri settori dichiarano di non aver avuto aumenti. Rispetto poi alla dimensione aziendale, il 71,4% del campione che ha avuto aumenti appartiene alla classe di addetti 10-49. Le diminuzioni più consistenti, sia per fatturato che per ordinativi, si registrano nella meccanica (38,5%), nell'artistico-tradizionale (33,3%) e nel legno serramenti. Lievi aumenti di fatturato si registrano, per contro, solo per i settori meccanica e alimentare e solo per le aziende di dimensioni maggiori, con più di dieci addetti. Va meglio nel 2010, quando, sulla base delle previsioni, tutti gli indicatori rilevano stime ottimistiche. «Ma è ancora presto - ha puntualizzato Francesco Vestrelli, responsabile Cna Produzione Umbria - per parlare di ripresa, sia perchè i dati 2010 sono ancora al di sotto della media del quinquennio precedente, sia perchè assistiamo ad una stabilizzazione della situazione già rilevata nel 2009». Sono le imprese più strutturate, cioè quelle dai 10 ai 49 dipendenti, soprattutto nel settore della meccanica, a recuperare parte del fatturato rispetto agli anni precedenti, in misura sufficiente a mantenere la loro capacità produttiva. «Per contro - ha proseguito Vestrelli - c'è da registrare un relativo aumento delle difficoltà delle piccole imprese di subfornitura al di sotto dei dieci dipendenti, ovvero quelle che si rivolgono al mercato locale». Dal punto di vista occupazionale la crisi non ha comunque destabilizzato troppo il settore che mantiene una certa omogeneità rispetto al passato per la dimensione aziendale, e anche il ricorso agli ammortizzatori sociali è rimasto costante. Nel dettaglio, nel 2009 l'8,3% delle aziende ha dichiarato di aver aumentato le risorse umane, l'80% di averle mantenute stabili e l'11,7% di averle diminuite. Le previsioni per il 2010 indicano che il 13,1% prevede aumenti, il 73,8% stabilità e il 13,1% diminuzione. Rispetto alle forme di finanziamento utilizzate l'indagine ha evidenziato un maggior ricorso a finanziamenti sia a breve che a medio-lungo termine per reperire la liquidità necessaria da reinvestire nel riposizionamento nei mercati esistenti, nella ricerca di nuovi mercati e nell'innovazione. L'aumento del ricorso a finanziamenti a medio/lungo termine è presente un pò in tutti i settori, con una leggera prevalenza del settore meccanica e delle aziende con oltre 10 addetti. Un problema, quello dell'assenza di liquidità, messo in evidenza anche dal presidente di Cna Produzione Umbria, Flaminio Flavi. «Le aziende - ha detto - specialmente le più piccole non hanno più risorse per investire in ricerca e sviluppo, nè per garantire un'adeguata formazione continua alle proprie maestranze. La piccola impresa non può sostenere da sola i costi dell'internazionalizzazione, oggi più che mai necessaria, e le banche, dal canto loro non stanno rispondendo in maniera adeguata ad una sempre maggiore richiesta di credito».
PERUGIA, 29 LUG - È stato il 2009 l'annus horribilis del manifatturiero in Umbria. Un periodo buio in cui le imprese, già provate da un 2008 non certo facile, hanno continuato a subire cali importanti di ordini e fatturato, pur mantenendo con grandi sofferenze l'occupazione, anche grazie all'utilizzo della cassa integrazione: è quanto emerge dall'indagine di Cna produzione Umbria, illustrata stamani in una conferenza stampa. Dal questionario emerge, per il 2009, una netta diminuzione del fatturato (per il 56,9% del campione) ed un'altrettanto consistente riduzione degli ordinativi (per il 54,2% delle aziende esaminate). In particolare, il 57,1% delle aziende che dichiarano aumenti degli ordini appartiene al settore meccanica e il restante 42,9% al settore alimentare, mentre tutti gli altri settori dichiarano di non aver avuto aumenti. Rispetto poi alla dimensione aziendale, il 71,4% del campione che ha avuto aumenti appartiene alla classe di addetti 10-49. Le diminuzioni più consistenti, sia per fatturato che per ordinativi, si registrano nella meccanica (38,5%), nell'artistico-tradizionale (33,3%) e nel legno serramenti. Lievi aumenti di fatturato si registrano, per contro, solo per i settori meccanica e alimentare e solo per le aziende di dimensioni maggiori, con più di dieci addetti. Va meglio nel 2010, quando, sulla base delle previsioni, tutti gli indicatori rilevano stime ottimistiche. «Ma è ancora presto - ha puntualizzato Francesco Vestrelli, responsabile Cna Produzione Umbria - per parlare di ripresa, sia perchè i dati 2010 sono ancora al di sotto della media del quinquennio precedente, sia perchè assistiamo ad una stabilizzazione della situazione già rilevata nel 2009». Sono le imprese più strutturate, cioè quelle dai 10 ai 49 dipendenti, soprattutto nel settore della meccanica, a recuperare parte del fatturato rispetto agli anni precedenti, in misura sufficiente a mantenere la loro capacità produttiva. «Per contro - ha proseguito Vestrelli - c'è da registrare un relativo aumento delle difficoltà delle piccole imprese di subfornitura al di sotto dei dieci dipendenti, ovvero quelle che si rivolgono al mercato locale». Dal punto di vista occupazionale la crisi non ha comunque destabilizzato troppo il settore che mantiene una certa omogeneità rispetto al passato per la dimensione aziendale, e anche il ricorso agli ammortizzatori sociali è rimasto costante. Nel dettaglio, nel 2009 l'8,3% delle aziende ha dichiarato di aver aumentato le risorse umane, l'80% di averle mantenute stabili e l'11,7% di averle diminuite. Le previsioni per il 2010 indicano che il 13,1% prevede aumenti, il 73,8% stabilità e il 13,1% diminuzione. Rispetto alle forme di finanziamento utilizzate l'indagine ha evidenziato un maggior ricorso a finanziamenti sia a breve che a medio-lungo termine per reperire la liquidità necessaria da reinvestire nel riposizionamento nei mercati esistenti, nella ricerca di nuovi mercati e nell'innovazione. L'aumento del ricorso a finanziamenti a medio/lungo termine è presente un pò in tutti i settori, con una leggera prevalenza del settore meccanica e delle aziende con oltre 10 addetti. Un problema, quello dell'assenza di liquidità, messo in evidenza anche dal presidente di Cna Produzione Umbria, Flaminio Flavi. «Le aziende - ha detto - specialmente le più piccole non hanno più risorse per investire in ricerca e sviluppo, nè per garantire un'adeguata formazione continua alle proprie maestranze. La piccola impresa non può sostenere da sola i costi dell'internazionalizzazione, oggi più che mai necessaria, e le banche, dal canto loro non stanno rispondendo in maniera adeguata ad una sempre maggiore richiesta di credito».
Categorie: contro la crisi
CRISI: CIA, IN 5 ANNI REDDITI AGRICOLI TAGLIATI DEL 35%
29/07/2010 14:53 | LAVORO - ITALIA
(ANSA) - ROMA, 29 LUG - In cinque anni, dal 2005 al 2009, i redditi degli agricoltori italiani hanno subito un vero e proprio colpo di scure: -35%. Nello stesso periodo i costi per i mezzi di produzione, dei contributi e quelli burocratici si sono triplicati, mentre i prezzi sui campi sono crollati di circa il 20%. È quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori, per la quale la situazione dei nostri produttori nei prossimi mesi diventerà ancora più drammatica con la fine al 31 luglio della proroga della fiscalizzazione degli oneri sociali per le zone svantaggiate di montagna e con il mancato ripristino del 'bonus gasoliò per le serre. Il colpo di grazia per i redditi degli agricoltori italiani è venuto - afferma la Cia - lo scorso anno, quando sono crollati del 21%. Il mix costi alle stelle e prezzi sui campi in caduta libera - prosegue la Cia - è stato micidiale e ha generato una situazione esplosiva che rischia di trascinare nel baratro molti imprenditori che non riescono più a stare sul mercato. Il campanello d'allarme è, d'altra parte, già suonato: lo scorso anno con l'abbandono di migliaia di agricoltori. Nei prossimi tre-quattro anni si corre il fondato pericolo che, se non interverranno misure e politiche realmente incisive per il settore primario, altre 250 mila aziende siano costrette a cessare l'attività.
(ANSA) - ROMA, 29 LUG - In cinque anni, dal 2005 al 2009, i redditi degli agricoltori italiani hanno subito un vero e proprio colpo di scure: -35%. Nello stesso periodo i costi per i mezzi di produzione, dei contributi e quelli burocratici si sono triplicati, mentre i prezzi sui campi sono crollati di circa il 20%. È quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori, per la quale la situazione dei nostri produttori nei prossimi mesi diventerà ancora più drammatica con la fine al 31 luglio della proroga della fiscalizzazione degli oneri sociali per le zone svantaggiate di montagna e con il mancato ripristino del 'bonus gasoliò per le serre. Il colpo di grazia per i redditi degli agricoltori italiani è venuto - afferma la Cia - lo scorso anno, quando sono crollati del 21%. Il mix costi alle stelle e prezzi sui campi in caduta libera - prosegue la Cia - è stato micidiale e ha generato una situazione esplosiva che rischia di trascinare nel baratro molti imprenditori che non riescono più a stare sul mercato. Il campanello d'allarme è, d'altra parte, già suonato: lo scorso anno con l'abbandono di migliaia di agricoltori. Nei prossimi tre-quattro anni si corre il fondato pericolo che, se non interverranno misure e politiche realmente incisive per il settore primario, altre 250 mila aziende siano costrette a cessare l'attività.
Categorie: contro la crisi
FIAT: MASINI (FIOM), DEROGHE CONTRATTO NAZIONALE STRADA IMPRATICABILE
29/07/2010 14:42 | LAVORO - ITALIA
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Torino, 29 lug - «Siamo nella stessa condizione. Legano gli investimenti alla necessità di fare deroghe al contratto nazionale, il che per noi è un terreno impraticabile. Fiat sta usando la crisi in modo spregiudicato per cambiare i rapporti sindacali con i lavoratori e faremo di tutto per resistere a questo. Le condizioni poste sono inaccettabili e stravolgono il sistema di relazioni nel Paese». Così ai giornalisti Enzo Masini, responsabile dell'Auto per la Fiom, all'uscita dall'incontro con Fiat, che ha illustrato ai sindacati il piano Fabbrica Italia. Masini ha aggiunto che «esistono tutte le condizioni all'interno del contratto nazionale per far fronte all'uso degli impianti e alla flessibilità e abbiamo proposto un terreno di confronto e la costruzione di un meccanismo di affidabilità degli impianti, ma l'azienda ha confermato che Pomigliano è il modello che intende esportare a Fiat Group Automobiles e poi in generale al gruppo Fiat e su quello non li seguiamo. Fiat rischia di gettare benzina sul fuoco». Secondo Masini, l'accordo su Pomigliano «è illeggittimo perchè non sta dentro il contratto e rischia di aprire contenziosi giuridici e di innescare una situazione di conflitto sui luoghi di lavoro. La pressione resta fortissima perchè la crisi c'è. Anche Mirafiori dovrà fare un periodo lunghissimo di cassa integrazione, si prevede due anni, e anche quando ci saranno gli investimenti si rischia una situazione di conflitto». Masini ha aggiunto che la Fiat «ha deciso da sè lo spostamento in Serbia (del modello L0). Se volevano discuterne, il tempo c'era. È un segnale per costringere le organizzazioni sindacali ad accondiscendere a tutto. Vedremo»
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Torino, 29 lug - «Siamo nella stessa condizione. Legano gli investimenti alla necessità di fare deroghe al contratto nazionale, il che per noi è un terreno impraticabile. Fiat sta usando la crisi in modo spregiudicato per cambiare i rapporti sindacali con i lavoratori e faremo di tutto per resistere a questo. Le condizioni poste sono inaccettabili e stravolgono il sistema di relazioni nel Paese». Così ai giornalisti Enzo Masini, responsabile dell'Auto per la Fiom, all'uscita dall'incontro con Fiat, che ha illustrato ai sindacati il piano Fabbrica Italia. Masini ha aggiunto che «esistono tutte le condizioni all'interno del contratto nazionale per far fronte all'uso degli impianti e alla flessibilità e abbiamo proposto un terreno di confronto e la costruzione di un meccanismo di affidabilità degli impianti, ma l'azienda ha confermato che Pomigliano è il modello che intende esportare a Fiat Group Automobiles e poi in generale al gruppo Fiat e su quello non li seguiamo. Fiat rischia di gettare benzina sul fuoco». Secondo Masini, l'accordo su Pomigliano «è illeggittimo perchè non sta dentro il contratto e rischia di aprire contenziosi giuridici e di innescare una situazione di conflitto sui luoghi di lavoro. La pressione resta fortissima perchè la crisi c'è. Anche Mirafiori dovrà fare un periodo lunghissimo di cassa integrazione, si prevede due anni, e anche quando ci saranno gli investimenti si rischia una situazione di conflitto». Masini ha aggiunto che la Fiat «ha deciso da sè lo spostamento in Serbia (del modello L0). Se volevano discuterne, il tempo c'era. È un segnale per costringere le organizzazioni sindacali ad accondiscendere a tutto. Vedremo»
Categorie: contro la crisi
LA DELUSIONE DELL'UE SULLA MANOVRA: SU QUOTE LATTE E' CONTRO REGOLE EUROPEE
29/07/2010 14:29 | POLITICA - INTERNAZIONALE
«La Commissione Europea è delusa di apprendere che l'Italia ha votato una misura che sembra essere contraria alle regole dell'Ue sul rimborso delle multe per il superamento delle quote latte. Ora esaminerà sotto il profilo giuridico il testo votato e non esiterà a intraprendere l'azione necessaria contro l'Italia se la misura non è conforme alle regole Ue». Queste le dure parole del commissario europeo all'agricoltura Dacian Ciolos subito dopo il voto definitivo sul decreto legge alla camera.
«La Commissione Europea è delusa di apprendere che l'Italia ha votato una misura che sembra essere contraria alle regole dell'Ue sul rimborso delle multe per il superamento delle quote latte. Ora esaminerà sotto il profilo giuridico il testo votato e non esiterà a intraprendere l'azione necessaria contro l'Italia se la misura non è conforme alle regole Ue». Queste le dure parole del commissario europeo all'agricoltura Dacian Ciolos subito dopo il voto definitivo sul decreto legge alla camera.
Categorie: contro la crisi
FIAT: VIA A NEWCO POMIGLIANO, SARÀ FUORI CONFINDUSTRIA - DA FINE SETTEMBRE LAVORATORI RIASSUNTI CON NUOVO CONTRATTO
29/07/2010 14:23 | LAVORO - ITALIA
Da fine settembre tutti i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano saranno riassunti dalla newco, la nuova società costituita per gestire l'accordo del 15 giugno, non firmato dalla Fiom. La newco Fabbrica Italia non sarà iscritta all'Unione Industriale di Napoli. Lo ha riferito il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo, al termine dell'incontro in cui l'azienda ha comunicato ufficialmente ai sindacati la nascita della new company. Della newco, controllata da Fiat Partecipazioni, faranno parte anche i mille lavoratori della Ergom, azienda dell'indotto Fiat. All'incontro non ha partecipato la Fiom.
«La Fiat ci ha comunicato che sono già partiti tutti gli ordini relativi all'investimento per la Panda - ha spiegato Di Maulo - e che già ad agosto cominceranno i lavori per la ripulitura dell'area che ospiterà la linea della vettura a partire dalla lastratura». A settembre saranno definite le regole contrattuali della newco e verrà sottoposta ai 5.200 lavoratori la lettera di riassunzione, man mano che ci saranno le esigenze produttive. Quindi, per un periodo, una parte dei dipendenti continuerà a far parte di Fiat Group Automobiles per produrre l'Alfa 159. (ANSA).
Da fine settembre tutti i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano saranno riassunti dalla newco, la nuova società costituita per gestire l'accordo del 15 giugno, non firmato dalla Fiom. La newco Fabbrica Italia non sarà iscritta all'Unione Industriale di Napoli. Lo ha riferito il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo, al termine dell'incontro in cui l'azienda ha comunicato ufficialmente ai sindacati la nascita della new company. Della newco, controllata da Fiat Partecipazioni, faranno parte anche i mille lavoratori della Ergom, azienda dell'indotto Fiat. All'incontro non ha partecipato la Fiom.
«La Fiat ci ha comunicato che sono già partiti tutti gli ordini relativi all'investimento per la Panda - ha spiegato Di Maulo - e che già ad agosto cominceranno i lavori per la ripulitura dell'area che ospiterà la linea della vettura a partire dalla lastratura». A settembre saranno definite le regole contrattuali della newco e verrà sottoposta ai 5.200 lavoratori la lettera di riassunzione, man mano che ci saranno le esigenze produttive. Quindi, per un periodo, una parte dei dipendenti continuerà a far parte di Fiat Group Automobiles per produrre l'Alfa 159. (ANSA).
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