La lezione dei «fannulloni» di Marchionne

di Paolo Ferrero
Il ricatto della Fiat non ha prodotto il plebiscito. Anzi. Nonostante il clima di intimidazione mafiosa scatenato dall’azienda, dal centro destra e dai sindacati gialli, gli operai di Pomigliano hanno dato a tutti una lezione di dignità. Una vera espressione di autonomia operaia dal padrone, dal governo, dagli organi di informazione e dall’ideologia dominante, secondo cui alla globalizzazione neoliberista non esistono alternative e l’unica soluzione è ingoiare.
Questo risultato è tanto più importante perché mai come in questa vicenda governo, padroni e Banca d’Italia avevano così palesemente parlato come un sol uomo. L’avversario degli operai di Pomigliano non era solo il proprio padrone ma il complesso dei poteri forti di questo Paese. Ai quali si è accodato, con riflesso codino, un Pd allo sbando, che non riesce a schierarsi dalla parte del lavoro neppure quando sono in gioco diritti fondamentali ed elementi costitutivi della democrazia. Mai come in questa vicenda il confine della linea di classe è stato così netto: dopo i fannulloni di Brunetta sono arrivati i fannulloni di Marchionne.
Il tentativo della borghesia non è solo quello di scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori; è quello di cambiare radicalmente le condizioni di lavoro e il quadro normativo e costituzionale della Repubblica. La destra usa la crisi come una “crisi costituente” e l’offensiva della Fiat rappresentava il tentativo di costruire plasticamente non solo uno sfondamento del Contratto nazionale e della Costituzione ma di avere il consenso dei lavoratori su questo sfondamento. Come la marcia dei 40.000 rappresentò la fine del ciclo di lotte degli anni ’70, il plebiscito di Pomigliano doveva diventare la parola fine sulla tutela del lavoro garantita dalla Costituzione repubblicana, ottenuta attraverso il consenso dei lavoratori. Doveva rappresentare un rito sacrificale che sanciva l’emarginazione della Fiom, la sua riduzione a fenomeno politico esterno alla classe, sancito dal voto dei lavoratori. Il plebiscito doveva sancire un passaggio di fase in cui i lavoratori stanno con l’azienda, sono rappresentati dall’azienda. Non è andata così.
Questo risultato non sarebbe stato possibile senza il decisivo impegno della Fiom e il contributo nostro e del sindacalismo di base. Questo risultato parla però di una condizione della classe operaia che a mio parere va oltre Pomigliano. Parla di una situazione in cui i lavoratori anche quando tacciono non consentono. Si tratta di un punto rilevantissimo perché costituisce l’elemento politico da cui partire.
Lo sciopero generale del 25 è un primo appuntamento e le otto ore indette dalla Fiom un importante passo avanti. Ripartiamo di lì per costruire un vero movimento di lotta contro l’uso padronale della crisi. Occorre mettere in discussione la globalizzazione, non i diritti dei lavoratori.

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