Primarie democratiche tra auspici e fatti della realtà
"Non siamo indifferenti all'esito delle primarie del PD, ma il nostro ruolo, quello del PRC e quello della Federazione, resta alternativo e distinto strategicamente"
di Simone Oggionni*
È inutile nasconderci, parlando d’altro. Nella giornata di oggi centinaia di migliaia di persone, elettori del più grande partito d’opposizione nel nostro Paese, cittadini e lavoratori di centro-sinistra, parteciperanno alle primarie per eleggere il nuovo segretario del Pd. È un fatto importante, che va in primo luogo affrontato con il rispetto che dobbiamo a tutti gli eventi che determinano una partecipazione popolare. Sebbene, in questo caso, come la logica “americanizzata” delle primarie necessariamente comporta, ad essere sottoposti al giudizio degli elettori non sono i programmi e i contenuti ma i “candidati leader”, e cioè le figure alle quali provvidenzialmente si affidano le proprie speranze.
Ma veniamo al merito: è giusto, come hanno fatto autorevoli esponenti della nascente Federazione della Sinistra d’alternativa, auspicare la vittoria di Bersani nell’ottica della definizione di un nuovo quadro di alleanze di centro-sinistra?
Noi pensiamo che il crinale sia sottile, perché esistono due elementi tra loro confliggenti che devono essere tenuti in considerazione.
Il primo è che, indubitabilmente, è interesse di tutta la sinistra poter disporre di un partito che compie un’autocritica rispetto all’idea dell’autosufficienza, e che revisiona il proprio profilo politico provando a ricollocarsi nell’alveo della socialdemocrazia. E, da questo punto di vista, Bersani non equivale a Franceschini.
Il secondo è che in alcun modo questo dato oggettivo può ammiccare e alludere alla partecipazione diretta dei nostri iscritti e dei nostri elettori ad una competizione interna ad un altro partito.
Non solo per una questione di igiene politica (che cosa abbiamo detto noi quando settori diffusi del Partito democratico presero parte al nostro dibattito congressuale sostenendo, ça va sans dire, la tesi opposta alla nostra?), ma anche perché sarebbe irrealistico pensare che la vittoria di Bersani determinasse automaticamente una modificazione genetica profonda del Pd e l’abbandono di tutti gli assi fondamentali della politica economica, sociale e internazionale che in questi anni hanno definito un profilo di sostanziale acquiescenza agli interessi dei poteri forti.
Per questo motivo dobbiamo stare bene attenti a scambiare i nostri auspici con i fatti della realtà. E per questo motivo urge ricordare che siamo strategicamente distinti e alternativi.
A chi paventa, motivatamente, il rischio di un nostro isolamento, facciamo notare che la ripresa di un dialogo – necessario, nel pieno della crisi sociale e democratica – tra tutte le forze d’opposizione non può che passare dalla chiarificazione delle proprie rispettive posizioni e dal riconoscimento della diversità dei propri obiettivi di lungo periodo. Non prenderne atto sarebbe il segno della nostra subalternità.
* Direzione nazionale PRC
da esserecomunisti.it
